
Dazi, ambiente e salute.
Gli Stati Uniti minacciano dazi sulle importazioni, e i Paesi colpiti rispondono con la stessa moneta, in una spirale inevitabile. Eppure, le guerre commerciali si rivelano battaglie senza vincitori: le economie dei vari Paesi sono ormai così intrecciate che alzare barriere o imporre dazi finisce per colpire anche gli stessi interessi nazionali. L'economia globale, infatti, è un gioco di equilibri delicatissimi, e ogni mossa, anche se apparentemente vantaggiosa, ha conseguenze che travalicano i confini di un singolo Paese.
Ma mentre i riflettori sono puntati sulle negoziazioni economiche, un problema ben più grande merita la nostra attenzione: il pianeta non aspetta. Il clima cambia a ritmi allarmanti, le risorse naturali si esauriscono più velocemente di quanto possano essere rigenerate e la qualità della vita è minacciata da queste trasformazioni. La verità, purtroppo, è che non esiste un "pianeta B" dove rifugiarci.
Proviamo a ribaltare la prospettiva
E se invece di parlare di dazi protezionistici, si iniziasse a discutere di dazi ambientali e sociali? Di una tassa universale che includa nel prezzo finale di ogni prodotto i costi reali legati all'ambiente e alla salute. Sì, lo so, potrebbe sembrare un sogno idealista o una follia. Ma fermiamoci un attimo a riflettere: quali sono i problemi principali che stiamo affrontando? Cambiamento climatico, inquinamento, sfruttamento delle risorse naturali. Quando acquistiamo beni a prezzi stracciati, qualcuno sta già pagando quei costi: l'aria che respiriamo, l'acqua che beviamo, le foreste che scompaiono, le comunità locali che soffrono e, alla fine, anche la nostra salute.
Si potrebbe davvero realizzare una tassa universale di questo tipo?
È difficile immaginare una soluzione globale, visto che i Paesi faticano già a mettersi d'accordo su questioni meno urgenti. Eppure, come ci insegna la storia, sono proprio le emergenze condivise a spingere le nazioni a trovare soluzioni comuni. Certo, una proposta del genere non sarebbe priva di controversie ed effetti: perdita di competitività, costi in aumento e, più di tutto il definitivo venir meno del principio liberistico per cui "il mercato si regola da sé". Ma se guardiamo al futuro della nostra civiltà, l'unica via per garantirlo è adottare un modello economico con i dazi ambientali. Le altre soluzioni finanziarie, come i crediti di carbonio, non risolvono il problema, anzi, permettono a chi inquina di continuare a farlo.
Se non affrontiamo seriamente il costo nascosto dell'inquinamento e del degrado sociale, rischiamo di scoprire che il "costo" che dovremo pagare sarà molto più alto di un semplice rincaro al supermercato.
Chi inquina paghi davvero
L'attuale sistema di compensazione tramite i crediti di carbonio lascia intatti i problemi: le aziende che inquinano "pagano" in modo simbolico, ma continuano a fare profitti, scaricando sull'intera società i costi ambientali, sociali ed economici. Immaginate, invece, un sistema in cui ogni prodotto e servizio, dal cibo all'elettronica, dall'abbigliamento all'energia, può essere messo sul mercato solo se davvero sostenibile.
La svolta sostenibile
Se adottassimo questo modello, le conseguenze sarebbero rivoluzionarie:
- Prodotti fuori mercato: Molti beni oggi competitivi, ma altamente inquinanti, scomparirebbero dal mercato. Le aziende che li producono sarebbero obbligate a modificare i processi produttivi.
- Valorizzazione delle filiere locali: I prodotti locali, con una minore impronta di carbonio, avrebbero prezzi più bassi rispetto ai prodotti globalizzati e inquinanti.
- Universalità del modello: A differenza dei crediti di carbonio, ogni produttore, in qualsiasi settore, sarebbe incentivato a migliorare l’efficienza e la sostenibilità di tutto il ciclo di vita del prodotto.
E, mentre aspettiamo che il mondo si decida a prendere seriamente questa strada, magari gli Stati Uniti potrebbero introdurre un nuovo tipo di dazio: sugli sforzi per salvare il pianeta.
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